Negli ultimi giorni del suo regime Bashar al-Assad continuava a ripetere che la situazione era sotto controllo, che gli alleati si stavano muovendo e che i ribelli sarebbero stati respinti come già era accaduto in passato, e mentre Damasco cominciava a svuotarsi e nei ministeri si accumulavano faldoni abbandonati, lui restava nel palazzo presidenziale come se tutto fosse soltanto un’altra crisi da superare con pazienza e propaganda, ostinato a vendere ai suoi fedelissimi l’idea di una vittoria imminente quando in realtà il terreno gli si stava sgretolando sotto i piedi.
Il lungo reportage pubblicato dall’Atlantic e firmato da Robert Worth, costruito attraverso colloqui con ex funzionari siriani, intermediari di Hezbollah e fonti israeliane, restituisce l’immagine di un capo isolato, distante dalla realtà e intrappolato in una bolla di autosuggestione, che passava ore sul telefono a giocare a Candy Crush mentre le colonne ribelli avanzavano verso la capitale, come se quel passatempo infantile potesse anestetizzare la catastrofe in corso. Intorno a lui, raccontano i testimoni, circolavano dossier drammatici sull’economia allo stremo, sulle sanzioni che avevano svuotato le casse dello Stato e sulla trasformazione della Siria in una piattaforma del traffico di Captagon gestita dalla cerchia familiare, ma Assad sembrava reagire con fastidio, quasi fosse offeso dall’idea stessa di dover prendere decisioni impopolari.
La notte del 7 dicembre 2024 segna il punto di rottura. Fino a poche ore prima aveva rassicurato ministri e generali promettendo rinforzi russi e coperture iraniane, poi all’una bussano i russi alla porta e gli spiegano con crudezza che non c’è più margine, che l’aeroporto è l’unica via di salvezza e che bisogna partire subito. A quel punto ordina di impacchettare in fretta effetti personali e documenti, senza spiegazioni, e quando l’autista chiede se stiano davvero lasciando il Paese capisce, insieme agli altri, che non si tratta di una ritirata tattica ma di un addio definitivo. La fuga avviene nel silenzio, su un aereo militare, mentre in città i colpi sparati in aria dai ribelli illuminano il cielo e segnano simbolicamente la fine di un’epoca.
Nel mosaico che emerge dal reportage c’è anche il capitolo più torbido, quello di Luna al-Shibal, ex giornalista diventata consigliera mediatica e poi presenza fissa nell’entourage privato del presidente, descritta come amante e intermediaria, capace di procurargli incontri con donne dell’alta burocrazia e al tempo stesso di tessere relazioni con i servizi russi. Quando viene trovata morta in una BMW, in circostanze mai chiarite del tutto, molti dentro il palazzo parlano di una resa dei conti interna, quasi che qualcuno avesse voluto cancellare una testimone scomoda proprio mentre il sistema crollava. Il sospetto di un’eliminazione mirata, più che di un incidente, aleggia ancora oggi come una macchia scura sugli ultimi giorni del regime.
Worth racconta un uomo che aveva scambiato la propria sopravvivenza politica del 2015, quando Putin intervenne per salvarlo, per una specie di immunità permanente, convinto che russi, iraniani e Hezbollah avessero bisogno di lui più di quanto lui avesse bisogno di loro, e che quindi nessuno lo avrebbe lasciato cadere. Questa certezza lo ha reso impermeabile ai segnali di allarme, incapace di capire che la Siria non era più uno Stato ma un guscio svuotato, retto dalla paura e dall’inerzia.
Così, mentre la propaganda continuava a promettere aiuti in arrivo e vittorie fantasma, il presidente che si credeva indispensabile si è trasformato in un fuggitivo notturno, lasciando dietro di sé collaboratori spaesati e una capitale consegnata al nuovo potere. Più che la fine di un regime, è sembrata la dissoluzione di un’illusione coltivata troppo a lungo, quella di poter governare un Paese in macerie come se fosse ancora il salotto di casa.
Assad, il crepuscolo di Damasco

