Vita di lusso e propaganda spregiudicata a favore di Teheran. Prima o poi doveva succedere che i gochi pericolosi di Hamida Soleimani vedessero la fine. L’arresto della donna negli Stati Uniti, con la contestuale revoca del permesso di soggiorno permanente decisa dal segretario di Stato Marco Rubio, porta dentro il cuore della politica americana una contraddizione che riguarda sicurezza, immigrazione e guerra culturale, perché la nipote del generale iraniano ucciso nel 2020 viveva da anni a Los Angeles mentre, stando a quanto affermano le autorità federali, diffondeva contenuti apertamente favorevoli al regime degli ayatollah e giustificava attacchi contro soldati statunitensi.
La vicenda emerge in un momento in cui il confronto tra Washington e Teheran attraversa una fase di tensione crescente, e acquista un peso che va ben al di là della dimensione giudiziaria, dato che il nome Soleimani evoca uno dei nemici più feroci degli Usa e delle democrazie occidentali. Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran, era stato eliminato con un’operazione mirata ordinata da Donald Trump all’aeroporto di Baghdad nel gennaio 2020, un’azione che aveva segnato un punto di non ritorno nei rapporti tra Stati Uniti e Iran e che, come ricordano diversi dossier dell’intelligence, aveva innescato tentativi di ritorsione contro obiettivi americani.
Secondo quanto riportato dal sito israeliano Ynet e confermato da fonti dell’amministrazione statunitense, Hamida Soleimani e sua figlia sono state fermate da agenti federali e trasferite sotto custodia dell’ICE, l’agenzia per l’immigrazione e le dogane, dopo che Washington ha stabilito la revoca della loro green card. Il provvedimento si fonda su una valutazione politica prima ancora che amministrativa, perché le autorità sostengono che la donna abbia utilizzato i social e interventi pubblici per sostenere apertamente le Guardie Rivoluzionarie, definite organizzazione terroristica dagli Stati Uniti, e per elogiare la leadership iraniana, arrivando a definire gli Stati Uniti come il “Grande Satana”.
Il punto che rende il caso particolarmente sensibile riguarda la distanza tra la vita privata condotta in California e i contenuti diffusi pubblicamente. Secondo il Dipartimento di Stato, i profili social di Hamida Soleimani, successivamente rimossi, mostravano uno stile di vita agiato, fatto di viaggi, locali e consumo occidentale, mentre nello stesso tempo venivano pubblicati messaggi che esprimevano sostegno al regime iraniano e celebravano attacchi contro interessi americani in Medio Oriente. Questa sovrapposizione alimenta un interrogativo politico che negli Stati Uniti viene posto sempre più spesso, ovvero fino a che punto sia tollerabile che benefici legali e opportunità offerte dal sistema americano vengano utilizzati da chi sostiene apertamente un avversario strategico.
Marco Rubio ha collegato direttamente la decisione alla sicurezza nazionale, sottolineando che la presenza sul territorio americano di individui che promuovono attivamente la linea di Teheran rappresenta un rischio che non può essere ignorato. La misura non si è limitata all’arresto e alla revoca del permesso di soggiorno, perché anche al marito della donna è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti, segnale di una linea più rigida che l’amministrazione intende adottare su casi simili.
Il dossier Soleimani si inserisce così in un quadro più ampio, nel quale la competizione con l’Iran non si gioca soltanto sul piano militare o regionale, ma attraversa anche le società occidentali e i loro spazi interni. L’arresto di una figura legata simbolicamente a uno dei protagonisti della strategia iraniana in Medio Oriente rende evidente quanto il conflitto abbia assunto una dimensione diffusa, nella quale identità, appartenenze e libertà individuali si intrecciano con le priorità della sicurezza nazionale.
Washington manda un messaggio che parla anche al proprio interno, oltre che all’esterno, e lo fa scegliendo un caso che difficilmente potrà essere considerato marginale, perché il cognome Soleimani continua a pesare, e perché la linea di confine tra vita privata e impegno politico, in questo contesto, diventa una questione che lo Stato decide di presidiare senza ambiguità.
Arrestata negli Stati Uniti la nipote di Qassem Soleimani