L’Arabia Saudita avrebbe autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare una propria base aerea per operazioni contro l’Iran. È un’indicazione iniziale, riportata dal Wall Street Journal, ma sufficiente a segnalare che la posizione di Riyadh non è più quella delle prime fasi del conflitto. Intanto, il ministero della Difesa dell’Arabia Saudita ha comunicato martedì di aver intercettato e abbattuto almeno 19 droni nella Provincia Orientale, un’area chiave per la concentrazione dei principali giacimenti petroliferi del Regno. Il dato conferma una pressione ormai costante sulle difese saudite e sul cuore della sua economia. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una sequenza che incide sulla sicurezza energetica e sulla percezione di stabilità.
Sul piano politico, il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan ha chiarito che la tolleranza saudita non può essere illimitata, lasciando intendere che ulteriori attacchi potrebbero portare a una risposta diversa. Il linguaggio resta calibrato, ma il contenuto è netto.
A questo si aggiunge un livello più riservato di interlocuzione. Il New York Times riferisce che il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe incoraggiato il presidente Donald Trump a proseguire la campagna militare contro l’Iran, ritenendo che la fase attuale rappresenti un’opportunità per ridurre in modo significativo la capacità del sistema di potere iraniano. L’idea è che un’interruzione anticipata del conflitto rischierebbe di lasciare Teheran più aggressiva e meno contenibile.
Questa impostazione convive con preoccupazioni concrete. All’interno delle amministrazioni alleate cresce il timore che un conflitto prolungato possa tradursi in attacchi sempre più pesanti contro infrastrutture petrolifere e installazioni strategiche nel Golfo. Le conseguenze si riflettono già sul piano energetico, con tensioni sui flussi e sulla sicurezza delle rotte.
Il punto più sensibile resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Le azioni iraniane hanno mostrato quanto sia vulnerabile questo passaggio strategico. Non serve una chiusura totale: è sufficiente aumentare il rischio per incidere sui mercati. Le alternative costruite dai Paesi del Golfo non sono in grado di compensare un’interruzione prolungata.
In questo contesto anche gli Emirati Arabi Uniti stanno rivedendo il proprio approccio. Dopo aver dichiarato di aver intercettato migliaia di droni e missili, Abu Dhabi valuta misure più incisive, inclusa la possibilità di colpire interessi economici iraniani presenti nel Paese. Per anni gli Emirati hanno rappresentato una piattaforma per capitali e imprese iraniane, ma l’intensificarsi degli attacchi ha portato a una stretta, con chiusure di istituzioni e la prospettiva di congelare beni per miliardi di dollari.
Sul piano operativo, la distinzione tra supporto indiretto e coinvolgimento diretto si sta assottigliando. In questo quadro si inserisce anche l’ipotesi, già emersa, di utilizzare la King Fahd Air Base, che segnerebbe un passaggio ulteriore verso un contributo concreto alle operazioni contro l’Iran.
Teheran, da parte sua, ha ampliato il raggio delle proprie azioni, colpendo non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture civili e logistiche nei Paesi vicini, inclusi aeroporti, raffinerie e hotel. È una strategia che punta a rendere evidente il costo regionale del conflitto e a dissuadere un coinvolgimento più diretto delle monarchie del Golfo.
Gli alleati non sono allineati. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sostiene operazioni capaci di indebolire profondamente l’Iran. Riyadh, pur condividendo l’obiettivo di ridurre la minaccia, teme che un eventuale collasso dello Stato iraniano possa generare un vuoto destabilizzante, con la proliferazione di attori armati difficilmente controllabili. Resta infine l’incognita americana. La linea di Donald Trump ha alternato aperture negoziali e segnali di escalation, alimentando incertezza tra gli alleati regionali. Il timore, a Riyadh come ad Abu Dhabi, è che un cambio di rotta possa arrivare rapidamente, lasciando i Paesi del Golfo esposti a una pressione crescente senza una copertura strategica chiara.
Il quadro complessivo racconta un coinvolgimento sempre più profondo e sempre meno reversibile. Le prossime mosse diranno se il conflitto resterà circoscritto o se travolgerà l’intero equilibrio regionale, trascinando con sé il mercato globale dell’energia e la stabilità di un’area da cui passa una parte decisiva del mondo.
Arabia Saudita e Stati Uniti contro l’Iran: il Golfo entra davvero in guerra