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Arabi che dicono basta – Puntata 3

La Palestina sequestrata: Hamas, Iran e l’asse della resistenza

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 5 min
Arabi che dicono basta – Puntata 3

La domanda è semplice e allo stesso tempo esplosiva: fino a che punto la questione palestinese è diventata uno strumento della strategia regionale dell’Iran?Quando infatti, una parte crescente del dibattito arabo ha iniziato a interrogarsi sul destino politico della causa palestinese, la discussione si è rapidamente spostata su un nodo che fino a qualche anno fa veniva affrontato con grande cautela, se non del tutto ignorato.

E’ sotto gli occhi di tutti ciò che è successo in questi ultimi vent’anni durante i quali Teheran ha imbastito una rete di alleanze armate che attraversa buona parte del Medio Oriente. Hezbollah in Libano, le milizie sciite irachene, gli Houthi nello Yemen e diversi gruppi attivi in Siria formano quella che con qualche compiacenza linguistica viene definita con un nome che evoca coraggio e giuste cause, l’“asse della resistenza”,una struttura politico-militare che permette all’Iran di proiettare la propria influenza ben oltre i confini nazionali. In questo sistema Hamas ha occupato una posizione particolare. Pur essendo un movimento sunnita nato nel contesto palestinese, negli anni ha sviluppato un rapporto sempre più stretto con la Repubblica islamica, che lo ha sostenuto con finanziamenti, addestramento e forniture militari. Ora con la guerra in corso contro l’Iran, i conti si sono prosciugati ma niente è detto. Fatto sta che, secondo diverse stime dei servizi occidentali, l’Iran ha fornito a Hamas centinaia di milioni di dollari nel corso dell’ultimo decennio e ha contribuito allo sviluppo dell’arsenale missilistico del movimento.

Già nel 2020 l’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva dichiarato che Teheran garantiva a Hamas circa 100 milioni di dollari all’anno tra fondi diretti, addestramento e supporto tecnologico. Nel frattempo Hezbollah, considerato il più potente alleato regionale dell’Iran, ha accumulato un arsenale che secondo fonti israeliane supera 150.000 tra razzi e missili.

Per una parte degli osservatori arabi questa struttura ha progressivamente trasformato la questione palestinese in una componente di una strategia ben più ampia. L’analista emiratino Amjad Taha, tra i commentatori più attivi su questo tema, ha scritto in un intervento molto discusso e da un titolo che meriterebbe un premio Pulizer per la sua schiettezza e verità: “l’Iran non difende la Palestina ma la usa”. In un messaggio pubblicato dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 Amjad Taha ha aggiunto che “Hamas è diventata una pedina nella guerra di Teheran contro Israele e contro gli Stati Uniti”.

Giudizio simile arriva dal giornalista saudita Abdulrahman al-Rashed, già direttore della rete Al-Arabiya e del quotidiano panarabo Asharq al-Awsat. Pochi giorni dopo l’inizio della guerra di Gaza ha scritto che l’operazione lanciata da Hamaslungi dal portare i palestinesi più vicini alla nascita di uno Stato, ha semmai rafforzato la logica della guerra regionale. “La causa palestinese è stata trascinata dentro un conflitto che serve prima di tutto gli interessi dell’Iran”, ha osservato al-Rashed, sostenendo che Teheran utilizza le milizie alleate per logorare Israele senza esporsi direttamente.

Anche alcuni giornalisti arabi che seguono da vicino la politica palestinese hanno sviluppato analisi simili. Bassam Tawil, commentatore mediorientale che scrive spesso di politica interna palestinese, ha affermato che “l’Iran ha trasformato Gaza in una piattaforma militare contro Israele”. Secondo Tawil, Hamas ha progressivamente privilegiato la dimensione militare e il rapporto con Teheran rispetto alla costruzione di istituzioni civili e di un progetto politico per i palestinesi.

Khaled Abu Toameh, uno dei più esperti cronisti delle dinamiche palestinesi, sottolinea da anni che la leadership di Hamas si muove dentro una rete regionale di alleanze che include Hezbollah e altri gruppi sostenuti dall’Iran. In un’analisi pubblicata dopo l’inizio della guerra di Gaza ha scritto che “Hamas non agisce in uno stato di isolamento. Fa parte di un fronte regionale guidato dall’Iran che vede il conflitto con Israele come una guerra lunga e multilivello”.

Questa prospettiva aiuta a comprendere perché molti osservatori arabi interpretino la guerra di Gaza come un episodio di un confronto più ampio. Dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iraq, l’Iran ha costruito negli anni una strategia basata su attori armati locali che operano come moltiplicatori di potenza. Hezbollah resta il pilastro più importante di questa architettura, ma Hamas rappresenta il punto di contatto tra il conflitto israelo-palestinese e la rete regionale di Teheran.

Nel mondo arabo questa interpretazione è sempre più discussa, anche se resta politicamente sensibile. Criticare Hamas o il ruolo dell’Iran significa spesso esporsi all’accusa di indebolire la causa palestinese. E pur tuttavia un numero crescente di analisti sostiene che ignorare questa dimensione politica renda impossibile comprendere ciò che sta accadendo.

La domanda che emerge da questo dibattito rimane dunque aperta. Se la causa palestinese viene inserita stabilmente nella strategia regionale dell’Iran, il conflitto non riguarda più soltanto il futuro dei palestinesi o la sicurezza di Israele ma diventa un capitolo di una rivalità molto più ampia che attraversa l’intero Medio Oriente.

E proprio questa prospettiva ha spinto molti osservatori arabi a guardare alla guerra di Gaza come a una delle manifestazioni più drammatiche di un conflitto regionale destinato a durare ancora a lungo.


Arabi che dicono basta – Puntata 2