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Arabi che dicono basta – Puntata 2

La guerra permanente: come la ‘questione palestinese’ ha devastato il Libano

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 6 min
Arabi che dicono basta – Puntata 2

Basta, basta. Gli arabi cominciano ad alzare la voce, a farsi sentire e a dire basta. Dicono basta perché stanno pagando un prezzo ingiusto, sproporzionato e letale. Sono stufi di vedere le mura delle loro case crollare, le strade aprirsi come dopo un terremoto e percepire una minaccia costante e micidiale. Sono stufi i ricchi e sono stufi i poveri, i musulmani e i cristiani, i giovani e i vecchi. E tutto questo perché ormai hanno ben chiaro che ai terroristi fanatici, pagati da criminali fanatici, non importa un bell’accidente di loro, non importa un bell’accidente del futuro dei loro figli né di quello dei paesi che tengono sotto uno scacco permanente ed esasperante.

Per capire bene perché una parte crescente del mondo arabo abbia iniziato a discutere apertamente il peso politico della causa palestinese bisogna aprire la finestra sul Libano. Nessun’altra nazione, infatti, ha pagato un prezzo paragonabile a causa di quella che per decenni è stata definita la “resistenza per la Palestina”. Nel Paese dei cedri quella formula ha funzionato come una chiave politica capace di giustificare milizie, arsenali, interferenze regionali e una guerra quasi permanente che ha trasformato il Libano in un campo di battaglia. Ma di una battaglia che non lo riguarda e di cui, malgrado ciò, ne fa le spese mortali.

La storia tragica di un Paese che era considerato – ed effettivamente era per benessere e convivenza – la Svizzera e che si è trasformato in un girone infernale dantesco – prende l’avvio nei primi anni Settanta. Dopo il settembre nero del 1970 in Giordania, quando il re Hussein espulse le organizzazioni armate palestinesi (‘episodio’ ben rimosso dai libri di storia arabi), l’Organizzazione per la liberazione della Palestina trasferì il proprio quartier generale a Beirut. I campi profughi palestinesi nel sud del Libano e nei quartieri occidentali della capitale diventarono rapidamente zone armate autonome. Le milizie dell’OLP costruirono basi militari, depositi di armi, posti di blocco e una struttura di comando che lo Stato libanese non era in grado di controllare. Nel giro di pochi anni il Libano ospitava decine di migliaia di combattenti palestinesi e un apparato militare parallelo che operava quasi come uno Stato nello Stato.

La tensione che ne derivò contribuì in modo decisivo allo scoppio della guerra civile libanese nel 1975, un conflitto che durò quindici anni e provocò oltre 150.000 morti, centinaia di migliaia di feriti e una devastazione economica che il Paese non ha mai completamente superato. Molti libanesi sostengono oggi che la causa palestinese sia stata la giustificazione permanente che ha reso possibile quella militarizzazione. L’analista libanese Hussain Abdul-Hussain, uno dei commentatori più citati negli ultimi mesi nel dibattito arabo, lo ha scritto in modo brutale: “Il Libano ha pagato il prezzo più alto per una guerra che non era la sua. In nome della Palestina abbiamo accettato milizie, missili e interventi stranieri fino a perdere il controllo del nostro stesso Paese”.

Dopo l’intervento israeliano del 1982 e l’espulsione dell’OLP da Beirut, molti libanesi tirarono un sospiro di sollievo al pensiero che quella stagione fosse finita. Mai previsione fu così sbagliata. In realtà per il Libano si stava aprendo un nuovo, atroce e lunghissimo capitolo. Negli anni Ottanta nacque Hezbollah, movimento sciita foraggiato dall’Iran, che assunse progressivamente il ruolo di principale forza armata della cosiddetta resistenza. Nel corso dei decenni Hezbollah ha costruito un arsenale che secondo diverse stime occidentali supera oggi le centomila unità tra razzi e missili e ha sviluppato una struttura militare parallela all’esercito libanese. La giustificazione ufficiale resta la stessa: la determinazione a cancellare Israele dalla faccia della terra e la presa in carico dellacausa palestinese.

Questa logica è sempre più contestata da una parte dell’opinione pubblica libanese. Il giornalista e commentatore Charles Jabbour, vicino agli ambienti anti-Hezbollah, ha scritto di recente che “la causa palestinese è diventata il pretesto che permette a Hezbollah di mantenere un esercito privato e di trascinare il Libano nelle guerre dell’Iran”. Termini simili li ha utilizzati anche il giornalista Nadim Koteich, una delle voci più ascoltate della televisione libanese, secondo il quale “ogni volta che il Libano prova a ricostruire lo Stato, qualcuno tira fuori la bandiera della resistenza e tutto ricomincia da capo”.

Le critiche, però, non arrivano soltanto da ambienti libanesi. Bassem Eid, attivista palestinese per i diritti umani e una delle voci più severe nei confronti della leadership palestinese, ha dichiarato in diverse occasioni che la tragedia del suo popolo è stata aggravata proprio dalla trasformazione della causa palestinese in uno strumento politico regionale. “La Palestina è stata usata come slogan per giustificare guerre che non hanno aiutato i palestinesi”, ha spiegato Eid. “Quando i governi o le milizie parlano di Palestina, spesso parlano dei propri interessi, non del futuro dei palestinesi”.

Negli ultimi mesi la discussione ha coinvolto apertamente anche i vertici dello Stato. Il presidente Joseph Aoun – generale di carriera, spesso descritto come un militare pragmatico e relativamente indipendente dalle milizie e dai blocchi politici, impegnato a rafforzare il ruolo dello Stato e dell’esercito come unica autorità armata legittima – ha avuto l’ardire di affermare in un’intervista che “il Libano non può più sopportare di essere il campo di battaglia di altri”, mentre il primo ministro Nawaf Salam ha ribadito che “solo lo Stato deve avere il monopolio delle armi”. Dichiarazioni che nel contesto politico libanese suonano come un messaggio diretto a Hezbollah e alla logica della resistenza permanente.

Anche il ministro degli Esteri Abdallah Bou Habib ha riconosciuto apertamente il rischio che il Paese venga trascinato in un conflitto più ampio. “Il Libano non vuole una guerra regionale”, ha detto in un intervento televisivo, aggiungendo che il Paese “non può permettersi un’altra devastazione come quella del passato”.

Dietro queste prese di posizione si intravede una trasformazione ben più profonda. Per decenni criticare la militarizzazione del Libano in nome della Palestina significava esporsi all’accusa di tradimento o di complicità con Israele. Oggi, invece, un numero crescente di libanesi sostiene apertamente che quella logica ha distrutto lo Stato e reso il Paese ostaggio di conflitti che non controlla.

Il Libano resta un Paese fragile e attraversato da equilibri politici delicatissimi, ma la discussione che si sta aprendo rappresenta una rottura importante nel discorso arabo tradizionale. Quando analisti, giornalisti e persino dirigenti dello Stato cominciano a dire ad alta voce ciò che per anni è rimasto sottinteso, significa che qualcosa se non è andato in pezzi, quantomeno si è incrinato.

La conclusione che molti libanesi traggono oggi è semplice e dolorosa allo stesso tempo. Per mezzo secolo il loro Paese ha vissuto dentro una guerra permanente giustificata dalla causa palestinese. E il Libano, più di chiunque altro nella regione, ha pagato il prezzo di una causa che non controllava.


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