Una frase apparsa sui social nelle ultime settimane ha provocato una scossa inattesa nel dibattito arabo. Non tanto per la durezza delle parole, che nei social network mediorientali non è certo una novità, quanto per chi le ha pronunciate e per ciò che implicano. L’autore è l’analista libanese Hussain Abdul-Hussain, figura molto ascoltata nel mondo arabo, e in poche righe ha detto ad alta voce ciò che per anni molti preferivano lasciare nel non detto: “Volete sapere perché molti arabi non parlano più della Palestina? Perché in Libano abbiamo famiglie che dormono sui marciapiedi mentre combattiamo guerre infinite in nome della Palestina. Perché milioni di iraniani soffrono sotto una tirannia che usa la Palestina come bandiera. Perché nel Golfo la gente resta chiusa in casa non per i missili israeliani ma per quelli iraniani lanciati in nome della Palestina.”
La frase nasceva da una polemica con un interlocutore palestinese che accusava il mondo arabo di aver voltato le spalle a Gaza. La replica è stata brutale, deliberatamente provocatoria, e proprio per questo ha iniziato a circolare con velocità sorprendente: nelle chat private, nei talk show satellitari, nelle discussioni sui giornali e nelle conversazioni che attraversano la diaspora araba.
Il motivo non è che il mondo arabo abbia improvvisamente smesso di solidarizzare con i palestinesi. Quel sentimento resta profondamente radicato nelle opinioni pubbliche della regione. Tuttavia quelle parole hanno avuto l’effetto di rendere visibile un malessere che da anni attraversa il dibattito arabo e che solo recentemente ha cominciato a emergere senza troppe cautele.
Per decenni la questione palestinese ha occupato una posizione quasi sacrale nel discorso politico mediorientale. Nelle capitali arabe è stata evocata per giustificare alleanze militari, mobilitazioni ideologiche, campagne diplomatiche e, non di rado, per distogliere l’attenzione da crisi interne che altrimenti sarebbero state difficili da spiegare. Intere generazioni sono cresciute con l’idea che la Palestina costituisse il centro morale della politica araba. Criticare apertamente le scelte delle leadership palestinesi significava esporsi all’accusa di tradimento oppure essere descritti come strumenti della propaganda sionista.
Negli ultimi anni, però, qualcosa ha iniziato lentamente a cambiare. E dopo il 7 ottobre 2023 questo cambiamento è diventato più visibile. L’attacco di Hamas contro Israele e la guerra che ne è seguita hanno riaperto una discussione che per molto tempo era rimasta confinata negli ambienti accademici o in conversazioni private. Oggi quella discussione affiora nei giornali, nei think tank e perfino nei social network.
Uno degli interventi più citati in questo dibattito è stato pubblicato dal giornalista saudita Abdulrahman al-Rashed, già direttore di Al-Arabiya e dell’autorevole quotidiano panarabo Asharq al-Awsat. Pochi giorni dopo l’attacco di Hamas, al-Rashed ha scritto che l’operazione lanciata da Gaza non aveva avvicinato la liberazione della Palestina ma aveva esposto la popolazione civile a una distruzione quasi inevitabile. Secondo la sua analisi, un movimento armato che decide di entrare in guerra senza disporre di uno Stato funzionante, di istituzioni solide e di una strategia credibile finisce per trasferire il peso delle proprie scelte sui civili che afferma di rappresentare.
Argomenti simili ricorrono anche nelle analisi di Amjad Taha, commentatore emiratino molto seguito sui social, secondo il quale la questione palestinese è stata progressivamente inglobata nella strategia regionale dell’Iran. In questo quadro Hamas, Hezbollah e una rete di milizie sciite attive in Iraq e in Siria formano un sistema di pressione che Teheran utilizza per estendere la propria influenza nel Medio Oriente. La Palestina diventa così un simbolo potentissimo, capace di mobilitare le opinioni pubbliche, ma anche uno strumento politico all’interno di una partita strategica più ampia.
Le critiche non arrivano soltanto dal Golfo. Nel Libano travolto dalla più grave crisi economica della sua storia contemporanea una parte significativa dell’intellighenzia sostiene che il paese abbia pagato per decenni il prezzo di conflitti regionali combattuti in nome della “resistenza per la Palestina”. Bassem Eid, attivista palestinese per i diritti umani nato a Gerusalemme e cresciuto nel campo profughi di Shuafat, ripete da anni che la tragedia del suo popolo è stata aggravata dalle divisioni interne e dalla trasformazione della causa nazionale in un terreno di competizione tra potenze regionali.
A queste voci si aggiungono quelle dei giornalisti arabi Khaled Abu Toameh e Bassam Tawil, che da tempo analizzano le dinamiche interne della politica palestinese mettendo in luce il divario tra la retorica ufficiale e la realtà delle istituzioni nei territori controllati dall’Autorità palestinese e da Hamas. Le loro analisi restano spesso marginali nel dibattito europeo, ma nei media arabi suscitano discussioni accese.
Anche nella diaspora il tono sta cambiando. La scrittrice egiziana-americana Nonie Darwish sostiene che la causa palestinese sia stata trasformata per decenni in un simbolo ideologico utile a mantenere viva l’ostilità verso Israele e verso l’Occidente. La psichiatra siriana Wafa Sultan, rifugiatasi negli Stati Uniti dopo aver denunciato il fondamentalismo islamico, insiste invece sulla necessità che le società arabe affrontino le proprie responsabilità storiche invece di attribuire ogni fallimento a un conflitto esterno.
Questo insieme di posizioni resta tuttavia lontano dal rappresentare una corrente dominante. Le immagini della guerra a Gaza continuano a suscitare un’ondata di empatia popolare in gran parte del mondo arabo e la questione palestinese mantiene un valore simbolico potentissimo.
Nonostante ciò qualcosa si è incrinato e la crepa è ormai visibile. Nei media arabi e nei dibattiti pubblici vengono poste con crescente franchezza domande che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili: fino a che punto la causa palestinese ha contribuito alla destabilizzazione della regione? In quale misura le leadership palestinesi hanno partecipato alla paralisi che blocca il conflitto da decenni?
Il messaggio di Hussain Abdul-Hussain rappresenta forse la forma più esplicita di questa inquietudine. Dietro la sua provocazione si intravede una convinzione sempre più diffusa tra alcuni osservatori arabi: il Medio Oriente non può restare prigioniero in eterno di una questione irrisolta che continua a generare guerre, milizie e rivalità geopolitiche. Proprio da questa crepa, ancora minoritaria ma sempre più visibile, prende avvio una discussione destinata a influenzare la politica mediorientale negli anni a venire. La serie che inizia qui proverà a raccontare le voci di chi, nel mondo arabo, ha deciso di dirlo apertamente.
Arabi che dicono basta. La crepa nel mito palestinese