Che cos’è l’apartheid
Nel diritto internazionale l’apartheid non è una metafora né un giudizio politico. È un crimine specifico, definito e tipizzato, previsto dalla Convenzione ONU del 1973 e dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale.
La definizione giuridica
L’apartheid è un sistema istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica di un gruppo “razziale” su un altro, attuato con l’intento di mantenerlo nel tempo. Il termine “razziale” nel diritto internazionale include etnia e origine nazionale.
Gli elementi necessari
Perché si possa parlare di apartheid devono coesistere tre elementi:
– gruppi distinti identificabili come razziali
– un regime stabile e organizzato di dominazione e oppressione
– l’intenzione deliberata di perpetuare quel regime
La semplice discriminazione, anche grave, non è sufficiente. Nemmeno l’occupazione militare o un conflitto armato rientrano automaticamente in questa categoria.
Il precedente storico
L’unico caso accertato e universalmente riconosciuto è il Sudafrica fino ai primi anni Novanta, dove l’apartheid era esplicito, codificato per legge e fondato sulla separazione giuridica totale dei diritti.
Uso del termine oggi
Negli ultimi anni il termine è stato esteso da alcune ONG e da settori politici ad altri contesti. Dal punto di vista giuridico, però, questa estensione è controversa e richiede prove rigorose dell’intento e della struttura di dominio previsti dal diritto penale internazionale.
Chi decide
Solo un tribunale internazionale può qualificare formalmente una situazione come apartheid. Rapporti, risoluzioni o dichiarazioni di organismi dell’Nazioni Unite non hanno valore giudiziario vincolante.
Perché è una parola esplosiva
Apartheid non è solo una violazione dei diritti: è una condanna radicale di illegittimità. Per questo il suo uso improprio rischia di trasformare una categoria giuridica precisa in un’arma retorica, confondendo diritto, politica e giudizio morale.
Apartheid

