La chiamavano barcelonaZ, con quella Z buttata lì come una strizzatina d’occhio militante: un progetto “interattivo” che, in pratica, faceva una cosa antica e sporca con strumenti moderni e puliti. Prendeva scuole, negozi, associazioni, istituzioni e perfino aziende internazionali considerate “vicine a Israele”, le piantava su una cartina e ci aggiungeva contatti, indirizzi, numeri, mail. Un invito implicito, nemmeno troppo implicito, alla caccia all’uomo: sapere dove sono, chi sono, come raggiungerli.
Il Movimento contro l’Intolleranza (MCI) ha presentato denuncia parlando apertamente di “mappa dell’odio antisemita” e qui conviene fermarsi un secondo sul punto che tanti fingono di non capire: non è “critica a Israele”. Stiamo parlando di classificazione per appartenenza etnica o presunta appartenenza, è marchiatura sociale, è un dispositivo che trasforma una comunità reale in bersaglio. Quando poi nella lista ci finisce una scuola ebraica, con una scheda che accusa l’educazione dei ragazzi di “instillare valori sionisti”, il salto è completo: non stai discutendo una politica estera, stai criminalizzando dei minorenni perché ebrei, o perché percepiti tali.
La mappa, dopo le critiche, risulta disattivata sulla piattaforma francese che l’ospitava: il classico “non è disponibile”, il link che porta da un’altra parte, ha l’aria di chi si lava le mani. Ma qui c’è la questione sostanziale, quella che va oltre Barcellona: il modello “collaborativo” applicato all’odio è micidiale proprio perché sembra neutro. Non è un manifesto, non è un comizio. È un’interfaccia. È una funzionalità. È crowdsourcing, ma per l’intimidazione. E se “chiunque può aggiungere un punto”, allora il passo successivo è ovvio: chiunque può aggiungere – e raggiungere e far fuori – un bersaglio.
La comunità ebraica locale ha reagito richiamando esplicitamente un déjà-vu che in Europa dovrebbe far scattare allarmi automatici: le vetrine segnate, gli elenchi, il “sapere chi compra dove”. A qualcuno dà fastidio l’analogia, perché obbliga a chiamare le cose col loro nome. Ma è esattamente questo il punto. L’antisemitismo contemporaneo, quando vuole farsi accettare nei salotti, evita le svastiche e preferisce le mappe. Sostituisce “ebrei” con “sionisti” e poi allarga: dentro ci finiscono israeliani, ebrei, simpatizzanti, aziende che lavorano con Israele, perfino chi semplicemente non recita la liturgia giusta. È una parola elastica, utile per non assumersi responsabilità e per far passare tutto come “attivismo”.
Resta una domanda politica, banalissima: cosa fa la Generalitat? Se una comunità chiede protezione e una risposta pubblica, la risposta non può essere il silenzio o la solita frase tiepida sulla “convivenza”. Perché qui non siamo davanti a uno scontro di opinioni, ma a un meccanismo di esposizione e stigmatizzazione.
Il MCI chiede anche di valutare la responsabilità delle piattaforme che ospitano questi contenuti: non tanto per colpire un sito, quanto per chiarire un principio. Se tieni online per mesi una lista di obiettivi, non sei più solo “un fornitore di servizi”. Stai partecipando alla costruzione di un ambiente ostile, e lo fai con una leggerezza che oggi è parte integrante del problema. La mappa è stata rimossa, e di questo ne siamo tutti contenti. Ma l’idea è già in circolo. E quando un’idea trova il suo formato, tende a replicarsi.
Antisemitismo. Barcellona: la lista in vetrina
Antisemitismo. Barcellona: la lista in vetrina

