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Ankara apre uno spiraglio, ma il terreno resta minato

Le parole del ministro degli Esteri turco sulla possibile ripresa dei rapporti con Israele

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Ankara apre uno spiraglio, ma il terreno resta minato

La Turchia torna a parlare di Israele con un lessico meno definitivo e più prudente, lasciando intravedere una possibile normalizzazione che, fino a poche settimane fa, sembrava politicamente impronunciabile. A farlo è stato il ministro degli Esteri Hakan Fidan, che in un’intervista ad Al Jazeera ha legato esplicitamente la ripresa delle relazioni commerciali e diplomatiche alla fine della guerra a Gaza e all’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia, chiarendo che la rottura non sarebbe di natura strutturale ma condizionata. Una formula scelta con attenzione, che segnala un cambio di registro senza cancellare le prese di posizione durissime adottate da Ankara negli ultimi mesi.

Il messaggio di Fidan si muove su un doppio binario. Da un lato, ribadisce che il problema della Turchia non sarebbe Israele in quanto tale, bensì la sua politica verso i palestinesi, arrivando a usare l’espressione “approccio genocida” per descrivere l’operazione militare a Gaza, un linguaggio che resta in linea con la retorica più aggressiva del presidente Erdoğan. Dall’altro, però, introduce un elemento nuovo, riconoscendo implicitamente che la sospensione degli scambi e il congelamento dei rapporti non rappresentano una scelta irreversibile, ma uno strumento di pressione destinato a essere rimosso quando muteranno le condizioni sul terreno.

Questo spiraglio non nasce nel vuoto. La Turchia è alle prese con una fase economica complessa, con un’inflazione persistente, una valuta sotto pressione e la necessità di mantenere aperti canali commerciali strategici, soprattutto nel Mediterraneo orientale. Israele resta un partner rilevante sul piano energetico e tecnologico, e la rottura prolungata comporta costi che Ankara non può ignorare a lungo, soprattutto mentre cerca di recuperare margini di manovra nei rapporti con l’Occidente e di accreditarsi come attore indispensabile nei dossier regionali.

Allo stesso tempo, il contesto politico interno e regionale impone cautela. Le dichiarazioni di Fidan arrivano mentre altri esponenti del governo israeliano continuano a descrivere la Turchia come un interlocutore ostile, se non apertamente nemico, e mentre Erdoğan non rinuncia a un linguaggio incendiario che parla a una base elettorale sensibile alla causa palestinese e diffidente verso Israele. Le accuse reciproche, le tensioni legate al ruolo turco negli organismi che discutono il futuro di Gaza e la diffidenza profonda che attraversa entrambe le capitali rendono evidente che una normalizzazione, se ci sarà, sarà fragile e graduale.

Più che un’inversione netta, quella turca appare come una manovra di aggiustamento, un tentativo di tenere insieme retorica ideologica e realismo geopolitico. Ankara vuole restare visibile sulla scena mediorientale, presentarsi come difensore dei palestinesi, ma anche evitare l’isolamento e preservare strumenti di influenza. Israele, dal canto suo, osserva con sospetto, consapevole che le parole di oggi possono essere smentite da quelle di domani, in un rapporto che negli ultimi anni ha mostrato quanto rapidamente possano alternarsi aperture tattiche e rotture rumorose.

Lo spiraglio aperto da Fidan non va quindi sopravvalutato, ma nemmeno liquidato come pura propaganda. Indica che, sotto la superficie delle dichiarazioni pubbliche, esiste un calcolo che guarda al dopo-Gaza e a un possibile riassetto dei rapporti regionali. Resta da capire se, quando le condizioni invocate da Ankara verranno considerate soddisfatte, ci sarà davvero lo spazio politico per trasformare questo linguaggio più cauto in scelte concrete e durature, oppure se si tratterà dell’ennesima parentesi in una relazione segnata da diffidenza strutturale e da un equilibrio sempre instabile.


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