Quando il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan evoca la possibilità che Ankara possa prendere in considerazione un’opzione nucleare, non sta annunciando un programma imminente né un cambio formale di dottrina, ma sta inserendo la Turchia dentro una conversazione globale che riguarda potenza, deterrenza e gerarchie strategiche. Il riferimento alla cosiddetta “ingiustizia nucleare” non è casuale, perché richiama un malessere diffuso tra le potenze regionali che si sentono escluse dal club atomico pur avendo ambizioni e capacità tecnologiche significative.
La Turchia resta ufficialmente un Paese non dotato di armi nucleari e continua a essere membro della NATO, all’interno della quale partecipa al sistema di condivisione nucleare dell’Alleanza. Tuttavia, negli ultimi anni Ankara ha investito con decisione nella propria industria della difesa, sviluppando droni, sistemi missilistici e piattaforme navali che le hanno garantito una crescente autonomia operativa. In questo quadro, il messaggio lanciato da Fidan va letto come un segnale politico rivolto a più destinatari, in primo luogo agli Stati Uniti e all’Europa, ma anche ai rivali regionali che osservano con attenzione ogni mutamento dell’equilibrio strategico.
Per Israele la questione non è contingente bensì strutturale, perché lo Stato ebraico monitora con estrema attenzione qualsiasi sviluppo che possa incidere sul sistema di deterrenza regionale. Il dossier centrale resta l’Iran, il cui programma nucleare continua a rappresentare la principale fonte di instabilità percepita a Gerusalemme, tuttavia l’ipotesi che un altro attore medio-orientale possa avvicinarsi alla soglia nucleare introduce un elemento ulteriore di complessità. In uno scenario in cui più potenze regionali dispongano di capacità avanzate, anche solo potenziali, la logica della dissuasione diventerebbe meno lineare e più esposta a errori di calcolo, soprattutto in un contesto segnato da conflitti indiretti e da rivalità ideologiche profonde.
Le dichiarazioni turche parlano anche al mondo arabo tanto che l’Arabia Saudita ha già lasciato intendere in passato che non resterebbe inerte qualora Teheran dovesse dotarsi di un’arma nucleare, mentre l’Egitto osserva con prudenza ma senza indifferenza ogni evoluzione strategica nel suo vicinato. Se Ankara dovesse trasformare la retorica in un percorso concreto, anche a lungo termine, l’effetto potrebbe essere quello di innescare una competizione regionale che renderebbe il Medio Oriente un mosaico di deterrenze incrociate, molto più fragile di quanto non sia già oggi.
Per ora, tuttavia, non vi sono segnali di un programma operativo in fase avanzata, e diversi analisti sottolineano come la Turchia stia utilizzando il tema nucleare soprattutto come leva negoziale in una fase di ridefinizione dei rapporti con l’Occidente. Ankara vuole contare di più, vuole essere riconosciuta come potenza centrale tra Europa, Caucaso e Medio Oriente, e utilizza il linguaggio della sovranità strategica per rafforzare la propria posizione. In una regione dove le parole hanno spesso il peso dei fatti, anche una dichiarazione può alterare le percezioni e, di conseguenza, gli equilibri. È su questo terreno, fatto di segnali e di calcoli, che si gioca oggi la partita turca nell’equazione nucleare mondiale.
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