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Ali Khamenei, il potere che non si vede

Guida suprema dell’Iran, arbitro ultimo del sistema e figura chiave di ogni crisi mediorientale.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Ali Khamenei, il potere che non si vede

Conosciamo tutti il suo nome, abbiamo visto decine, se non centinaia di volte il suo volto papale, ieratico da fumetto, truce e spietato ma chi è davvero Ali Khāmeneī, oltre la caricatura dell’anziano ayatollah che appare nei notiziari occidentali quando Teheran minaccia, reprime o negozia? La risposta conta, perché da oltre trentacinque anni quest’uomo è il perno di un sistema di potere che non coincide né con il governo né con il Parlamento, e che sopravvive a presidenti, sanzioni, rivolte interne e cambiamenti regionali senza mai esporsi del tutto.

Prima cosa da sapere: Ali Khamenei non nasce come figura carismatica. Non è un grande marja‘ (letteralmente “fonte di emulazione”, figura centrale dell’islam sciita duodecimano, molto più importante di quanto spesso si capisca fuori dall’Iran o dall’Iraq), non ha il prestigio religioso di Khomeini e mai lo ha avuto. Quando nel 1989 viene scelto come Guida suprema, dopo la morte del fondatore della Repubblica islamica, la sua statura teologica è piuttosto modesta e la Costituzione viene adattata in corsa per renderne possibile la nomina. È un dato spesso rimosso, ma decisivo per capire la natura del suo potere. Khameneī non governa perché è il più autorevole tra i religiosi, bensì perché diventa il punto di equilibrio tra apparati, interessi e paure collettive e private. Fa paura a tutti, questa è la verità. Salvo che a se stesso.

Il suo ruolo non è quello di un dittatore classico, né quello di un capo spirituale come intendiamo tutti tradizionalmente. Semmai è l’arbitro supremo di un sistema complesso, in cui il potere è frammentato ma controllato con una rigidità che, anch’essa come lui, fa paura. La Guida nomina i vertici militari, controlla il sistema giudiziario, influenza il Consiglio dei Guardiani, orienta i media di Stato e soprattutto tiene unita la galassia dei Pasdaran, il vero pilastro della Repubblica islamica. Non decide tutto ma ha un diritto di veto indiscutibile.

Khameneī ha imparato presto una lezione fondamentale e di un’astuzia diabolica e cioè che sopravvive chi non si espone troppo. A differenza di Khomeini, non incendia le folle con proclami rivoluzionari permanenti. Lui preferisce discorsi lunghi, dottrinali, di una noia abissale, in cui però fissa linee che nessuno può valicare. Lascia che i presidenti, da Rafsanjani a Khatami, da Ahmadinejad a Rouhani, si logorino nella gestione quotidiana, salvo intervenire quando qualcuno sembra voler forzare il perimetro. In quel momento la sua parola diventa legge. Legge divina e dunque indiscutibile.

Sul piano interno, il suo atteggiamento è costante. Nessuna riforma che metta in discussione il controllo ideologico e di sicurezza del sistema. Le proteste vengono tollerate solo finché restano gestibili, poi, quando diventano un po’ troppo per i suoi gusti, represse senza esitazione. Mette insieme un lato sadico con uno strettamente politico (e non è l’unico, ma sicuramente uno dei peggiori). Khameneī è sinceramente persuaso che ogni cedimento apra la strada al collasso, come è avvenuto all’Unione Sovietica e la sua ossessione per la stabilità precede di gran lunga qualunque consenso.

In politica estera, la sua impronta è cristallina. L’Iran non cerca la guerra totale, mentre basa la propria logica sull’attrito permanente. Ed ecco allora Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi in Yemen, Hamas a Gaza. I suoi non sono alleati romantici, ma piuttosto strumenti di pressione asimmetrica. Khameneī non pensa in termini di vittoria rapida, bensì di logoramento a lungo termine, convinto che l’Occidente sia strutturalmente impaziente e diviso (e qui, è difficile dargli torto).

Chi lo descrive come un fanatico irrazionale non sa leggere perché Khameneī è ideologico, certo, ma non è uno che improvvisa, che si lascia trascinare dagli impulsi, ammesso che ne abbia. È un uomo che legge molto, che conosce la storia, che diffida profondamente dell’Occidente e che interpreta ogni crisi come una prova di resistenza. Il suo vero talento non è il carisma ma la durata. Finché resta al suo posto (speriamo per poco), l’Iran continuerà a muoversi così: mai abbastanza prudente da rassicurare e mai abbastanza folle da autodistruggersi. Viaggia lungo una linea grigia, dura e assai ostinata. E proprio per questo difficile da spezzare. Gli occidentali non lo capiscono quanto lui capisce loro. E questo è un vero problema. Per tutti noi.


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