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Il Punto. Albania, tra stabilità di facciata e fragilità strutturali

Al di là degli stereotipi e dei pregiudizi, un Paese che cerca la sua strada.

Paolo Montesi

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Il Punto. Albania, tra stabilità di facciata e fragilità strutturali

Per gli italiani del post-comunismo ha risvegliato sentimenti controversi e non sempre ben gestiti. Paese guardato sempre con un qualche sospetto, se non con termini offensivi quanto immeritati. Il fatto è che l’Albania di oggi è un Paese che si muove in equilibrio su una linea sottile, sospesa tra una stabilità politica costruita con pazienza e una fragilità sociale che continua a riaffiorare sotto la superficie. A governare è ancora Edi Rama, al potere dal 2013, figura centrale e ingombrante della scena politica albanese, capace di tenere insieme consenso interno, rapporti internazionali e una narrazione modernizzatrice che parla soprattutto all’estero, meno a una parte consistente della popolazione.

Il sistema politico è fortemente polarizzato, con un Partito socialista che domina le istituzioni e un’opposizione indebolita da divisioni interne, leadership contestate e una credibilità erosa da anni di conflitti personali e scelte poco leggibili. Le elezioni, pur considerate formalmente regolari dagli osservatori internazionali, avvengono in un contesto in cui il controllo del potere esecutivo sulle leve amministrative e mediatiche è evidente, e dove il confine tra Stato e partito resta spesso ambiguo.

Sul piano sociale, l’Albania continua a pagare il prezzo di una transizione mai davvero conclusa. La crescita economica, sostenuta in larga parte da edilizia, turismo e rimesse dall’estero, non si traduce automaticamente in benessere diffuso. La disoccupazione giovanile resta alta, i salari bassi, la fuga dei giovani verso l’Europa occidentale un fenomeno strutturale più che emergenziale. Interi settori della popolazione vivono una modernizzazione che passa sopra le loro teste, senza includerli davvero.

La corruzione, nonostante riforme e dichiarazioni d’intenti, rimane un problema centrale. Il sistema giudiziario è oggetto di una profonda ristrutturazione, sostenuta anche dall’Unione europea, ma il processo è lento, conflittuale e politicamente sensibile. La percezione diffusa è che la legge non colpisca tutti allo stesso modo e che i grandi interessi economici godano di una protezione di fatto.

In politica estera, Tirana mantiene una linea nettamente filo-occidentale. L’adesione alla NATO, il percorso di avvicinamento all’Unione europea e l’allineamento alle posizioni euro-atlantiche definiscono una collocazione chiara, che distingue l’Albania da altre realtà balcaniche più ambigue. In questo quadro si inseriscono anche i rapporti con Israele, tradizionalmente buoni e privi delle tensioni ideologiche che caratterizzano altri Paesi della regione.

L’Albania ha riconosciuto Israele già nel 1949 e, negli ultimi anni, la cooperazione si è rafforzata soprattutto in ambito tecnologico, agricolo e della sicurezza. Tirana mantiene una posizione prudente ma sostanzialmente equilibrata sul conflitto mediorientale, evitando derive retoriche e preservando il rapporto con Gerusalemme anche all’interno di un contesto internazionale spesso polarizzato. Non è un caso che l’Albania abbia ospitato rifugiati ebrei durante la Shoah e continui a valorizzare quella memoria come parte della propria identità nazionale.

Resta però l’immagine di un Paese che corre, ma senza essere certo della direzione. L’Albania guarda all’Europa come a un destino inevitabile, ma deve ancora fare i conti con nodi interni che nessuna crescita statistica può sciogliere da sola. La stabilità di oggi, solida solo in apparenza, dipenderà dalla capacità di trasformare il potere in istituzioni credibili e lo sviluppo in inclusione reale. Se questo passaggio non avverrà, il rischio è che il futuro continui a essere cercato altrove, su un volo low cost verso nord.


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