Nel cuore culturale di Madrid, tra le sale del Museo Reina Sofía che custodiscono il Guernica di Picasso e una delle collezioni d’avanguardia più importanti d’Europa, sabato scorso si è consumato un episodio che dice molto del clima che attraversa la Spagna. Tre turiste israeliane, tutte anziane e secondo quanto riportato una sopravvissuta alla Shoah, sono state invitate a lasciare il museo dopo aver esposto una bandiera israeliana e indossato una collana con la Stella di David. Un video circolato in rete mostra il momento in cui un addetto alla sicurezza spiega che alcuni visitatori si sono detti infastiditi dalla presenza delle bandiere, mentre intorno alle donne si levano grida di “assassine” e “maniache genocidarie”.
Le immagini, riprese da cellulari e rilanciate sui social, hanno innescato una reazione immediata da parte delle organizzazioni ebraiche spagnole ed europee, che accusano l’istituzione di aver scelto di allontanare chi era bersaglio di insulti anziché chi stava insultando. La Federazione delle Comunità Ebraiche di Spagna ha chiesto chiarimenti formali, mentre il Congresso Ebraico Europeo ha parlato di decisione inaccettabile in una struttura pubblica finanziata dai contribuenti. Anche l’ambasciata israeliana a Madrid ha espresso irritazione, sottolineando come in quello stesso museo siano state ospitate iniziative e simboli di segno opposto senza che nessuno intervenisse.
Il Reina Sofía ha replicato con una nota diffusa all’agenzia EFE, annunciando un’indagine interna “indipendente e trasparente” e ribadendo il proprio impegno contro l’antisemitismo e ogni forma di discriminazione. Nel comunicato si richiama il ruolo centrale che artisti e mecenati ebrei hanno avuto nella storia dell’istituzione, quasi a voler ricondurre l’episodio a un incidente circoscritto e non a una scelta deliberata. Tuttavia, il contesto in cui l’accaduto si inserisce rende difficile archiviarlo come un semplice malinteso.
Negli ultimi mesi il museo è stato teatro di iniziative fortemente critiche verso Israele, tra cui un seminario dedicato al concetto di “aestheticide” a Gaza e, nel 2024, un programma intitolato “From the River to the Sea” poi ridenominato dopo le proteste dell’associazione dei musei israeliani. All’esterno dell’edificio, nello stesso periodo, attivisti di Greenpeace avevano appeso un’enorme installazione con un’immagine proveniente da Gaza, in una protesta contro la guerra. In un clima del genere, la scelta di esibire una bandiera israeliana all’interno delle sale ha assunto immediatamente un valore politico, anche se le protagoniste sostengono di non aver violato alcuna regola e ricordano, nel video, che nessuno verrebbe espulso per aver mostrato la bandiera spagnola.
Sul piano nazionale, l’episodio si colloca in una fase di forte tensione tra Madrid e Gerusalemme. Il governo spagnolo è tra i più critici in Europa nei confronti dell’azione israeliana a Gaza e nel 2024 il ministero dell’Interno ha registrato un aumento significativo dei crimini d’odio antisemiti, nonostante un calo generale dei reati di matrice discriminatoria. Questo dato, che pesa come un macigno nel dibattito pubblico, alimenta la percezione di una crescente ostilità verso la comunità ebraica, percezione che casi come quello del Reina Sofía non fanno che rafforzare.
Un gruppo filoisraeliano spagnolo ha annunciato l’intenzione di adire le vie legali, parlando di discriminazione indiretta e di uso politico reiterato di un’istituzione culturale. Resta da capire se l’indagine interna prometta risposte convincenti o se la vicenda finirà per approfondire una frattura già evidente. In un museo che espone le ferite della guerra civile e della violenza del Novecento, l’immagine di tre donne anziane accompagnate verso l’uscita mentre vengono bersagliate di insulti rischia di diventare, suo malgrado, un simbolo del presente.
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