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Il Punto. Afghanistan, il ritorno al punto zero

Chi comanda davvero a Kabul, chi lo sostiene da fuori e perché Israele è diventato un bersaglio utile.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. Afghanistan, il ritorno al punto zero

L’Afghanistan oggi è un Paese formalmente pacificato e sostanzialmente congelato. Dopo il ritiro americano e la caduta di Kabul nell’agosto 2021, il potere è tornato nelle mani dei Talebani, che governano senza una vera opposizione armata interna, ma anche senza riconoscimento internazionale. È uno Stato che esiste, ma che nessuno vuole legittimare fino in fondo. Una sorta di limbo geopolitico, dove il controllo è reale ma la normalità è solo apparente.
Il governo è guidato da un esecutivo de facto dominato dall’ala più ideologica e intransigente del movimento. La figura chiave non è tanto il primo ministro quanto il leader supremo Hibatullah Akhundzada, che governa da Kandahar e prende le decisioni strategiche lontano dai riflettori. Le promesse iniziali di moderazione sono evaporate rapidamente: le donne sono state espulse dalla vita pubblica, l’istruzione femminile è stata smantellata, la repressione del dissenso è sistematica e crudele. Più che di una transizione incompiuta è opportuno parlare di un progetto politico compiuto, coerente con il Talebanesimo storico.
Sul piano interno, i Talebani controllano infatti il territorio mettendo insieme forza, paura e – va detto senza falsi pudori – assenza di alternative. L’economia è allo stremo, dipendente dagli aiuti umanitari, con una popolazione impoverita e un sistema bancario isolato. Eppure il regime regge. Ci si chiederà: perché? La risposta è semplice quanto drammatica, e cioè perché non c’è un attore interno in grado di sfidarlo seriamente, e perché una parte della popolazione, stremata da decenni di guerra, accetta qualsiasi cosa purché non torni il caos.
Sul piano esterno, Kabul non è sola. Il Pakistan resta l’interlocutore più importante, anche se i rapporti sono diventati più ambigui e conflittuali, soprattutto per la questione delle milizie jihadiste transfrontaliere. La Cina guarda all’Afghanistan con consolidato pragmatismo: sicurezza dei confini, contenimento dell’estremismo uiguro e, last but not least, accesso alle risorse minerarie. La Russia mantiene contatti regolari, più per logica di stabilizzazione regionale che per affinità ideologica. L’Iran, sciita e teocratico, dialoga con i Talebani sunniti per puro interesse strategico che riguarda temi come acqua, confini, rifugiati ed equilibrio regionale.
Nessuno di questi Paesi è un appassionato tifoso del regime talebano ma tutti lo considerano un interlocutore necessario. È la cifra dell’Afghanistan di oggi che non può vantare alleanze solide, ma conta su relazioni funzionali.
E Israele? Non ha alcuna presenza sul terreno, nessun rapporto diplomatico, nessun interesse diretto immediato. Eppure è diventato un bersaglio verbale sempre più frequente nella retorica talebana. Kabul denuncia Israele per Gaza, lo accusa di crimini contro i musulmani e si allinea sul piano simbolico al fronte dell’“Umma aggredita”. È una posizione a costo zero che serve a rafforzare la propria legittimità nel mondo islamico radicale e a mostrarsi parte del campo “giusto”, senza pagare alcun prezzo concreto.
Non ci sono prove di un coinvolgimento operativo dell’Afghanistan contro Israele, né di legami strutturati con Hamas o Hezbollah. Eppure il linguaggio conta, e quello dei Talebani è chiaro: Israele è il nemico lontano perfetto, utile per parlare al proprio pubblico e per collocarsi nello scontro globale senza esporsi sul serio.
L’Afghanistan, oggi, non è il centro del mondo ma ne è in qualche modo una cartina tornasole, perché mostra cosa succede quando l’Occidente si ritira, quando la stabilità viene confusa con la pace, e quando un regime ideologico riesce a sopravvivere non perché funziona, ma perché nessuno ha una carta migliore da mettere sul tavolo.


Il Punto. Afghanistan, il ritorno al punto zero
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