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Accordi Vaticano-Israele, una normalizzazione incompiuta

Dalla firma del 1993 ai dossier ancora aperti, cosa regolano davvero le intese tra Gerusalemme e la Santa Sede

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Accordi Vaticano-Israele, una normalizzazione incompiuta

I rapporti ufficiali tra lo Stato di Israele e lo Stato della Città del Vaticano sono relativamente recenti se confrontati con la lunga storia che lega il mondo cattolico alla Terra d’Israele. Per decenni, dopo il 1948, la Santa Sede aveva evitato un riconoscimento formale dello Stato ebraico, mantenendo una posizione prudente, condizionata sia da considerazioni teologiche sia dal timore di compromettere il ruolo internazionale di tutela dei luoghi santi e delle comunità cristiane arabe. Questa fase si è chiusa solo all’inizio degli anni Novanta, in un contesto geopolitico mutato e segnato dagli accordi di Oslo.

Il passaggio decisivo avviene il 30 dicembre 1993, quando Israele e la Santa Sede firmano l’Accordo fondamentale, che sancisce il reciproco riconoscimento e apre la strada allo scambio di ambasciatori, formalizzato l’anno successivo. Per Israele si tratta di un riconoscimento politico e simbolico di grande rilievo, perché arriva da un attore che esercita un’influenza morale globale; per il Vaticano rappresenta l’ingresso in un rapporto diretto con uno Stato che fino ad allora era rimasto ai margini della sua diplomazia formale.

L’Accordo fondamentale stabilisce alcuni principi generali, tra cui il rispetto della libertà religiosa, la tutela delle istituzioni cattoliche e il riconoscimento della personalità giuridica della Chiesa in Israele. È però un’intesa cornice, volutamente non esaustiva, che rinvia a successivi accordi l’attuazione concreta di molte questioni pratiche. Non a caso, negli anni successivi, sono stati firmati altri testi, come l’Accordo sulla personalità giuridica del 1997, pensato per regolare lo status legale degli enti ecclesiastici secondo il diritto israeliano.

Proprio l’implementazione è il punto più problematico. Molti aspetti chiave, in particolare quelli fiscali e patrimoniali, sono stati affidati a commissioni bilaterali che si riuniscono in modo intermittente e che non hanno ancora prodotto una soluzione definitiva. Israele e la Santa Sede continuano a interpretare in modo diverso il perimetro delle esenzioni, il trattamento delle attività economiche collegate a istituzioni religiose e il rapporto tra diritto statale e prerogative ecclesiastiche. Questo ha trasformato gli accordi in strumenti vivi, ma incompleti, che richiedono una negoziazione continua.

Sul piano politico, gli accordi non hanno eliminato le divergenze più profonde. Il Vaticano mantiene una posizione autonoma su Gerusalemme e sul conflitto israelo-palestinese, mentre Israele considera le intese come un quadro giuridico necessario, ma non sufficiente a garantire un allineamento di vedute. La cooperazione diplomatica procede, ma resta confinata entro limiti ben definiti, senza mai trasformarsi in un rapporto di fiducia pienamente consolidato.

A più di trent’anni dalla firma, gli accordi tra Israele e il Vaticano rappresentano dunque un esempio di normalizzazione formale che non si è tradotta in una piena integrazione sul piano pratico. Hanno reso possibile il dialogo istituzionale e hanno dato una base giuridica a relazioni prima informali, ma continuano a essere segnati da rinvii, ambiguità e nodi irrisolti. È in questo spazio intermedio, tra principio e applicazione, che ancora oggi si misura la distanza reale tra Gerusalemme e la Santa Sede.


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