Negli ultimi mesi si stanno moltiplicando in Italia episodi che sollevano interrogativi seri sullo stato della libertà accademica e sul principio di non discriminazione, in particolare quando coinvolgono studiosi italiani che collaborano con istituzioni accademiche israeliane o che intervengono nel dibattito pubblico sull’antisemitismo contemporaneo.
Un caso emblematico è quello recentemente accaduto alla Professoressa Elisabetta Boaretto, Vice-presidente dell’Associazione degli Scienziati e Accademici di origine italiana in Israele (AISSI), direttrice del Kimmel Center for Archaeological Science e del D-REAMS Radiocarbon Laboratory presso il Weizmann Institute of Science. Attività scientifiche e collaborazioni accademiche di alto profilo sono state ostacolate non per il loro contenuto, ma unicamente in ragione dell’istituzione di afferenza, configurando una discriminazione che colpisce una scienziata italiana di riconosciuto prestigio internazionale.
A questo episodio si affianca quanto accaduto alla Professoressa Daniela Santus, dell’Università di Torino e collaboratrice dell’accademia israeliana, oggetto di attacchi personali e di una campagna denigratoria su un organo di stampa in seguito a un’intervista nella quale affermava che l’antisemitismo oggi si manifesta come un “virus” sociale. Un’analisi condivisa da molti studiosi, ma trasformata in pretesto per delegittimare la persona, sostituendo il confronto argomentato con l’insulto ideologico.
Sul piano istituzionale, il quadro è altrettanto preoccupante. Molti accordi tra università italiane e israeliane sono venuti meno, diversi programmi Erasmus non sono stati rinnovati, e nuove proposte, spesso avanzate da docenti che collaborano da anni con colleghi israeliani, sono state bocciate dai dipartimenti o dai senati accademici. Lo stesso vale per numerosi accordi bilaterali. Oggi restano in vigore pochissime intese, prevalentemente in ambito scientifico, quasi sempre bilaterali e non Erasmus, con una mobilità studentesca di fatto molto limitata, se non inesistente, per ragioni economiche.
In netto contrasto, si registrano nuovi accordi con università palestinesi, come quello tra l’Università di Siena e Bir Zeit e quello tra La Sapienza di Roma e l’Università di Betlemme, che prevedono scambi di docenti e studenti e finanziamenti per ricerche congiunte. Un aspetto positivo in sé, che tuttavia diventa problematico quando accompagnato dall’esclusione sistematica dell’accademia israeliana nel suo complesso.
Questa dinamica appare discriminatoria perché colpisce l’università israeliana tout court, spesso accusata in modo indistinto di apartheid, razzismo o complicità politica, ignorando una realtà più complessa. Nel sistema accademico israeliano, infatti, la partecipazione degli arabi israeliani è in crescita: nell’anno accademico 2023/2024, su 290.746 studenti iscritti nelle università e nei college israeliani, 59.169 erano arabi musulmani, cristiani e drusi, in linea con il loro peso demografico complessivo. Dati che riflettono politiche di affirmative action consolidate nel tempo.
Se i numeri mostrano un’inclusione crescente, il boicottaggio racconta il contrario: l’idea che un intero corpo accademico sia colpevole per definizione. Una semplificazione che non colpisce i governi, ma la ricerca, il dialogo e la libertà accademica stessa.
A questo punto la domanda non può più essere elusa: chi è davvero il discriminato e chi il discriminante? Chi è il razzista, e chi viene etichettato come tale per appartenenza, affiliazione o collaborazione accademica?
Quando si colpiscono studiosi per l’istituzione in cui lavorano, quando si bloccano accordi, mobilità e progetti senza distinguere tra persone, ruoli e ricerche, non si sta esercitando una critica politica: si sta praticando una forma di esclusione collettiva. E quando l’esclusione diventa sistematica, perde ogni pretesa morale e rivela la propria natura. Non è la difesa dei diritti a essere messa in discussione, ma il rischio che, nel nome di essi, si legittimi proprio ciò che si dice di voler combattere.
Accademia sotto accusa: quando il boicottaggio diventa discriminazione
Accademia sotto accusa: quando il boicottaggio diventa discriminazione

