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A novantasei anni sceglie Israele: la lunga strada di Charlotte Roth

Dopo Auschwitz e l’America, una sopravvissuta alla Shoah decide di fare aliyah per vivere accanto ai suoi discendenti

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
A novantasei anni sceglie Israele: la lunga strada di Charlotte Roth

Mercoledì scorso, negli uffici del ministero dell’Interno a Tel Aviv, l’aria era diversa dal solito, perché tra pratiche e numeri d’attesa si respirava un’emozione che raramente accompagna un atto amministrativo. Sotto uno striscione che recitava “Benvenuta a casa, Charlotte”, lo Stato d’Israele ha accolto una nuova cittadina di novantasei anni, e non una qualunque. Charlotte Roth, sopravvissuta ad Auschwitz, è arrivata da Cleveland, Ohio, insieme alla figlia Helen Weiser, settantasei anni, per stabilirsi a Netanya e raggiungere una parte della famiglia che vive tra Ra’anana e il centro del Paese.

Non è stata la paura a guidarla, né l’analisi degli equilibri regionali, che pure in questi mesi agitano il dibattito pubblico israeliano. La decisione è maturata durante un viaggio compiuto sei mesi fa, quando Charlotte si è resa conto che la distanza dai pro-pro-nipoti, ormai radicati in Israele, pesava più di ogni altra considerazione. “Era il momento di avvicinarsi”, ha detto con semplicità disarmante, come se stesse parlando di un trasloco qualsiasi e non dell’ultimo grande passaggio di una vita attraversata dalla Storia con la maiuscola.

Charlotte è nata in Cecoslovacchia e ad Auschwitz-Birkenau ha perso quasi tutta la sua famiglia. Degli uomini di Josef Mengele conserva il ricordo di una separazione brutale dal fratellino, inghiottito da un destino che non avrebbe più incrociato il suo. È sopravvissuta grazie alle mani, perché sapeva cucire e quella competenza, in un sistema fondato sulla morte industriale, la rese utile ai suoi aguzzini. Dopo il campo arrivò la marcia della morte, poi la liberazione e un ritorno al villaggio natale che si trasformò in un’ulteriore ferita: il padre, convinto di essere rimasto solo al mondo, si era tolto la vita poco prima che potessero riabbracciarsi.

La ricostruzione iniziò in Germania, in un campo per profughi, dove conobbe Haïm Roth, ex resistente polacco. Insieme scelsero gli Stati Uniti e Cleveland divenne la nuova casa, il luogo in cui mettere radici e crescere figli, trasformando una biografia segnata dall’abisso in una storia familiare capace di moltiplicarsi fino ai pronipoti. Per decenni Israele è stato un riferimento affettivo e simbolico, una presenza nel cuore più che una destinazione concreta. Oggi, a quasi un secolo di vita, quella possibilità si è fatta realtà attraverso l’aliyah, che non è soltanto un atto giuridico ma un gesto carico di significato per chi ha conosciuto l’assenza di uno Stato ebraico quando sarebbe stato vitale.

In un momento in cui Israele attraversa tensioni interne e minacce esterne, la sua risposta alle domande sulla sicurezza colpisce per la lucidità con cui ridimensiona le paure contemporanee. “Se i nazisti non mi hanno uccisa, non saranno i terroristi a farlo. Ho già vissuto una guerra, un’altra non mi spaventa”, ha dichiarato con quella forza quieta che appartiene a chi ha visto l’orrore e ne è uscito senza rinunciare alla vita.

La storia di Charlotte Roth non è soltanto il racconto di un’anziana che cambia Paese, ma la testimonianza di un legame che attraversa generazioni e confini. In un’epoca in cui la memoria della Shoah rischia di scolorirsi dietro statistiche e cerimonie, la sua scelta ricorda che la storia europea del Novecento continua a proiettare ombre e, insieme, a generare decisioni concrete. A novantasei anni, Charlotte ha deciso che la sua casa è qui, tra i discendenti che parlano ebraico e costruiscono il futuro. Non è mai troppo tardi per compiere un passo che restituisce senso a un’intera esistenza.


A novantasei anni sceglie Israele: la lunga strada di Charlotte Roth