Mentre in molte capitali europee la visibilità ebraica è diventata una questione di prudenza personale, quando non di vera e propria rinuncia allo spazio pubblico, a Baku la scena è sorprendentemente diversa e quasi disarmante nella sua normalità. La kippà non suscita sguardi ostili, l’ebraico non viene sussurrato e la presenza ebraica si muove con una naturalezza che in altre parti del continente appare ormai un ricordo sbiadito. È questo il messaggio che il rav Zamir Isayev, una delle figure più rappresentative dell’ebraismo azero, ha portato nei giorni scorsi alla Knesset durante una visita ufficiale che va ben oltre il piano simbolico.
Isayev ha parlato a nome del presidente Ilham Aliyev, ribadendo un concetto che a Gerusalemme non è nuovo ma che assume un peso particolare se pronunciato in questo momento storico. L’Azerbaigian, Paese a maggioranza musulmana sciita, considera Israele un alleato solido e affidabile, non per opportunismo contingente ma per una relazione costruita nel tempo, fondata su interessi strategici comuni e su una tradizione di rispetto verso la comunità ebraica locale. Non è una dichiarazione di facciata ma è invece una presa di posizione che si traduce in scelte politiche, cooperazione economica, collaborazione in ambito della sicurezza.
La storia degli ebrei in Azerbaigian è lunga e poco conosciuta in Europa occidentale. Per decenni, soprattutto in epoca sovietica, la comunità ha contato decine di migliaia di persone, con scuole, sinagoghe e istituzioni religiose che hanno continuato a funzionare anche nei periodi più complessi. Oggi i numeri sono più ridotti, oscillano tra le cinquemila e le quindicimila unità a seconda delle stime, concentrate soprattutto nella capitale e nella zona di Qirmizi, vicino a Quba, uno dei pochi insediamenti al mondo a maggioranza ebraica al di fuori di Israele. Eppure la vitalità comunitaria resta evidente e visibile.
La visita alla Knesset si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, rafforzato dall’incontro avvenuto poche settimane fa a Davos tra Aliyev e il presidente israeliano Isaac Herzog. Sul tavolo non ci sono solo scambi economici, ma una convergenza di interessi legata alla stabilità regionale e al contenimento delle minacce provenienti dall’Iran. Non a caso, durante i colloqui parlamentari è emerso anche il ruolo che diversi ambienti strategici americani attribuiscono a Baku come snodo fondamentale nel Caucaso, capace di contrastare terrorismo e radicalismo senza ambiguità ideologiche.
In questo contesto, il sostegno espresso da importanti esponenti dell’ebraismo americano all’Azerbaigian non appare come un atto di cortesia diplomatica, ma semmai come il riconoscimento di un modello che funziona. Un modello imperfetto, come ogni realtà statale, ma che dimostra come un Paese musulmano possa garantire sicurezza, rispetto e libertà religiosa agli ebrei senza trasformare la convivenza in uno slogan vuoto. È una lezione che risuona con particolare forza se confrontata con l’imbarazzo, quando non il silenzio, di molte democrazie europee di fronte all’aumento dell’antisemitismo quotidiano.
Alla fine dell’incontro, il deputato Yoav Ben Tsur ha parlato di un legame strategico che va oltre le contingenze. In un mondo instabile, ha detto, l’Azerbaigian si comporta come un vero partner, dimostrando con i fatti cosa significhi stare dalla stessa parte. Forse è proprio questo il punto che più colpisce osservando la scena da lontano: mentre in Europa si discute se sia prudente indossare una kippà per strada, a Baku quella scelta non è oggetto di dibattito ma parte del paesaggio.
A Baku la kippà non è un problema

